Sembra un controsenso lo so.
In periodi come questo, dove la maggior parte di noi è costretto fra le proprie mura domestiche senza avere la possibilità di uscire e fare ciò che era abituato a fare, sembra di andare in apnea metaforica.
La mancanza d’aria sembra quasi accomunarci in questo triste periodo.
Penso a quella dei malati – che ogni giorno lottano contro questo subdolo covid che mai avremmo pensato causasse tanti danni – e a quella di noi ancora “sani” o forse asintomatici, che possiamo essere veicolo di trasmissione e quindi siamo relegati dentro le nostre case senza poter respirare a pieni polmoni il profumo del mondo.
Eppure io credo che questo sacrificio che moltissimi di noi stanno facendo possa non essere vano.
Sono sempre stata un’accesa sostenitrice dell’evoluzione personale, credo fortemente che da qualsiasi situazione – sia essa negativa o positiva tanto l’accezione gliela diamo noi 🙂 – si possa imparare qualcosa per diventare Esseri Umani migliori.
Leggevo un bellissimo estratto di un libro di Jung dove raccontava di una quarantena simile e suggeriva timidamente di “privarsi delle privazioni inventandone di nuove”.
Altro controsenso direte. E invece no.
Lui si privò di molte consuetudini negative per apprenderne di nuove e positive. Una sorta di catarsi insomma, visto che per cambiare un’abitudine – la scienza sostiene – ci vogliono ventuno giorni.
E così, personalmente, mi sto privando di tempo e pigrizia per mettere a posto casa, sto provando a fare ginnastica, sono diventata più tecnologica grazie allo smart working che da parecchio tempo la mia azienda ci obbliga saggiamente ad attuare.
I genitori – spero e immagino dai racconti delle mie amiche – si privano della routine lavorativa quotidiana ma guadagnano in fantasia per giocare coi propri figli e ne godono – finalmente! – la presenza.
Gli anziani sono forse la categoria che più fa fatica in questo momento: sarebbe bellissimo poter creare una rete di “chiacchiere telefoniche”: siamo tutti a casa in fondo…sarebbe un gesto nutriente per tutti fare delle telefonate a chi è solo.
Che poi, cos’è la solitudine se non la possibilità di stare realmente con se stessi? È un grande privilegio imparare a convivere con se stessi. Coi propri pro e coi propri contro. Solo così si può essere in grado di stare in maniera sana con gli altri. Senza dipendenze, senza proiezioni, senza giudizi, ma in accoglienza.
Almeno questo è ciò che penso io. Il mantra dovrebbe essere: “Io accolgo. Non ho la pretesa di cambiamento esterno”.
Il risultato è che personalmente non mi sento in gabbia perché so che sto sfruttando questo tempo presente. Mi sto migliorando. Sto imparando cose nuove. Sto FACENDO cose nuove.
È vero indubbiamente che la clausura forzata è anche caratteriale, c’è chi ama la dimensione domestica e chi meno. Io l’ho sempre apprezzata molto. Mi piace stare con me. Sono una buona compagna di viaggio per me stessa. Amo poltrire sul divano, amo ascoltare il suono del silenzio ad occhi chiusi, le mie piante, amo anche non fare nulla e ascoltarmi.
E naturalmente amo i miei 8 animali che ne combinano di tutti i colori.
Eh sì. Perché – a onor del vero – chi ci sta guadagnando di più in questo periodo sono proprio loro. Mi hanno sempre a casa e mi dimostrano la loro felicità in ogni modo possibile.
Ieri avevo 4 gatti incastrati sopra di me (di più non ce ne stavano) a farmi le fusa, Zoe di fianco abbracciata a russare sonoramente ed Ercole sulla pancia. Ed io ero felice.
La felicità è davvero fatta di quelle piccolissime cose che puoi notare solo se resti nel presente. Senza catastrofismi, tenendo a bada l’ansia se arriva, respirando.
E ricordandoci che c’è chi fa fatica a farlo.
Usciremo. Di casa e da questa situazione. Ma nel frattempo, invece di lamentarci e “strippare” neanche fossimo costretti in un metro quadro di spazio a pane ed acqua, godiamo del potenziale che ha questa situazione.
Impariamo a fare ciò che non sappiamo fare. Evolviamo.
Stiamo con i nostri cari. Amiamo.
Stiamo con noi stessi e scopriamo la bellezza della e nella nostra unicità.
Che in fondo ci viene chiesto “solo” di assumerci la responsabilità di non essere veicoli di trasmissione di una malattia altamente infettiva continuando a godere di tutti gli agi di sempre.
Con l’occasione di diventare migliori di quello che siamo.

